Matteo, 17 anni, racconta i suoi 3 mesi in Canada

C’è un tipo di crescita che non si può programmare. Non si trova nei libri di testo, non si misura con un voto, non si spiega a tavola durante una cena in famiglia.
Matteo, 17 anni, studente del liceo economico sociale di Umbertide, l’ha vissuta tra agosto e novembre del 2025: tre mesi in Nuova Scozia, Canada, in un paesino che si chiama Oxford.
Piccolo, tranquillo, lontanissimo da tutto quello che conosceva.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui a distanza di qualche mese dal rientro. Quello che ci ha raccontato ci ha ricordato esattamente perché facciamo questo lavoro.
S: “Ciao Matteo, partiamo dall’inizio: perché hai scelto il Canada?”
M: “Ho scelto il Canada per questioni pratiche: è una meta accessibile e tranquilla. La Nuova Scozia non è stata una mia scelta perché ho selezionato il programma Original, quindi San Marino Tourservice ha scelto la meta per me dopo il colloquio conoscitivo. E alla fine è stata la destinazione giusta: sarei voluto rimanere più di 3 mesi!”
S: “Come ti sentivi prima di partire?”
M: “Ero entusiasta. Poi il giorno prima è arrivato un breve momento di sconforto, ma è normale, credo. Mi sono detto: sono tre mesi, non è per sempre. Ce la faccio.
Avevo già vissuto un’esperienza in Irlanda con la scuola ma è andata male: casa pessima, brutti ricordi. Salire sull’aereo con quel bagaglio non era semplice. Ma sono partito lo stesso. Da solo, con qualche pensiero sugli scali. Al ritorno, però, sapevo già come chiedere assistenza e l’ho ottenuta senza problemi.”
S: “Com’è stato il primo impatto con il Canada?”
M: “Mi hanno colpito due cose: il letto grandissimo – un king size – nella camera che avevo tutta per me e la gentilezza delle persone, la loro allegria. In realtà, è stata la prima cosa che ho notato, ancora prima di sistemarmi.
La famiglia mi aspettava in aeroporto. Erano un po’ stanchi perché l’altro ragazzo ospitato aveva accumulato ore di ritardo, ma erano lì. La casa in cui vivono è grande, pulita e bellissima. C’erano anche due cani!”
S: “Com’era la vita con la famiglia ospitante?”
M: “Mi sono trovato bene fin da subito, ho legato molto con la mia host-mum. Lei gestiva tutto: cucina, lavanderia, faccende di casa. Io in cambio cucinavo spesso piatti italiani! Alla fine la regola era chiara: chi cucina non lava i piatti e viceversa, e io preferivo di gran lunga cucinare. Si divertivano molto ad assaggiare i miei piatti italiani, e ancora oggi che ci sentiamo spesso mi chiedono di mandargli delle ricette.
Penso di essere stato molto fortunato perchè la mamma si occupava di lavare anche i miei vestiti, però avevo il compito di tenere la mia camera in ordine. Le regole non erano tante, ma sicuramente dovevo rispettare il coprifuoco alle 21:00 – e su quello erano davvero irremovibili.
In realtà, non mi è pesato per niente: la giornata in Canada è scandita diversamente e la sera avevamo molto tempo per uscire a divertirci prima di quell’orario. A volte, però, stavamo a casa tutti insieme a guardare la tv e il venerdì era la serata giochi da tavolo.
Era una routine diversa dalla mia, ma mi ci sono abituato in fretta.”



S: “E come è stata l’esperienza con la scuola?”
M: “La scuola in Canada è completamente diversa. I professori sono davvero professori: qualcuno che prova ad insegnarti qualcosa, non a metterti in difficoltà. Nessuna competitività. Sono sempre tutti disponibili e gentili. All’inizio ero davvero sorpreso da questo modo di essere.
I miei voti erano sopra la media canadese, non perché fosse tutto facile, ma perché il sistema è diverso: si studia meno a casa, ma si fa più lavoro in aula. È un’altra concezione.”
S: “Mi racconteresti la tua giornata tipo in Canada?”
M: “Mi svegliavo alle 7:50 perché le lezioni iniziano più tardi rispetto all’Italia e sulle 8:15 mi avviavo verso la scuola a piedi. A scuola avevamo quindici minuti di pausa a metà mattina e quaranta minuti per il pranzo con tutti gli studenti.
Nel pomeriggio avevo scelto di allenarmi a calcio perchè lo pratico anche in Italia, ma avrei potuto scegliere tra molti altri sport.
Dopo scuola avevo sempre tempo per me: studiavo, chiamavo a casa, portavo fuori i cani e ogni tanto la famiglia organizzava qualche gita nelle città vicine. All’inizio i ritmi dei pasti erano un po’ strani: i canadesi di solito fanno una colazione abbondante, un pranzo quasi inesistente, e la cena alle 17:00. Ci ho messo un po’, ma poi è diventata la mia normalità e non mi dispiaceva per niente.”
S: “Hai fatto amicizia facilmente?”
M: “Fare amicizia non è stato difficile, ma nemmeno automatico. Il sistema scolastico canadese funziona con il cambio di classe, quindi non hai sempre le stesse persone intorno. Devi essere tu a cercare, a crearti il tuo gruppo. Però c’erano delle figure ambassador, dei ragazzi con il compito specifico di creare coesione tra gli exchange student e gli studenti locali. È stato utile, soprattutto all’inizio. Lo sport sicuramente mi ha aiutato a entrare in un gruppo senza fare troppa fatica.
In generale, comunque, ho trovato dei nuovi amici e ora stiamo organizzando il loro viaggio in Italia in cui verranno anche a trovarmi e vivere un po’ la mia vita. Non vedo l’ora!”.

S: “C’è un momento che pensi non dimenticherai mai?”
M: “L’ultimo giorno: abbiamo fatto una gita improvvisata con sette o otto amici, e ho ricevuto una bandiera del Canada che hanno firmato tutti, oltre a diversi regali dalla mia famiglia ospitante. E in generale l’atteggiamento delle persone: quella gentilezza costante non è una cosa che dimentichi facilmente.”
S: “In cosa ti senti cambiato dopo questa esperienza?”
M: “Sono partito convinto di essere già abbastanza autonomo. So come si sta al mondo, pensavo. Adesso sono sicuro di aver capito cosa significa davvero. Ora ho meno paura di affrontare le cose da solo. È difficile da spiegare: non è solo la lingua, non è solo l’esperienza. È qualcosa che cambia dentro.
C’era un altro ragazzo ospitato nella stessa famiglia, lui aveva bisogno di una mano per tutto. Vedere la differenza mi ha fatto capire quanto quella autonomia, quella che credevo di avere già, si costruisce davvero solo quando sei lontano da tutto ciò che conosci.”
S: “Cosa diresti a qualcuno che vorrebbe partire ma ha paura?”
M: “Fallo. Fallo e basta! Però prima di partire parla con la tua scuola e organizza il piano di recupero per il rientro – quella parte può essere difficile ed è meglio arrivarci preparati. Ma non rinunciare per paura del dopo. Ti perderesti troppe cose.”
Anche tu stai pensando a un’esperienza come quella di Matteo? Scrivici, ti aiutiamo a capire se è il momento giusto e quale programma fa per te.